04 | 08 | 2020
Esperienza a Vanaprastha Stampa E-mail
Kesheragiri (India), gennaio 2007

“Potrà sembrare strano ma… la strada per la serenità passa attraverso la confusione.
Il pullman che da Bangalore, percorrendo strade sconnesse e tortuose, porta a Hosur è incredibilmente affollato, l’autista mi fa cenno di sedermi accanto a lui e posare lo zaino dietro al suo sedile.
La tappa successiva, da Hosur mi porterà a Berigai, distante un’altra ora e mezza.
- “Ciao Sibi, sono Massimo. Ueee..! Mi vieni a prendere a Berigai?” - dico al telefono.
- “Non posso, ma ti mando un amico. Aspetta lì alla fermata del bus!”
Così, senza che Sibi lo sapesse e nemmeno mi conoscesse, mi presento alla sua casa abitata da 38 bambini orfani e abbandonati: bambini e bambine di diverse età, etnie e religioni, accolti con lo stesso sguardo e lo stesso cuore.
Mi vengono a prendere con il pulmino della scuola; salgo e vengo assalito da occhi e sorrisi. Portiamo a casa i bambini passando per villaggi, campagne e corsi d’acqua, attraversando quella che consideriamo povertà e miseria… e forse lo è…
Non è facile non interrogarsi a Vanaprastha, complice il silenzio. Dopo aver viaggiato nel sud dell’India avendo come meta numerosi ashram (templi) e con la mente perennemente assettata, è come arrivare in un luogo in cui tutto ciò che le Religioni Universali insegnano, viene ogni giorno messo in pratica coraggiosamente e con grandi difficoltà.
La situazione mi è più chiara via via che passano i giorni... la casa necessita di molto, ma i bisogni primari dei piccoli sono soddisfatti: dal cibo al dentifricio. Sibi pensa a tutto e, quando la coperta risulta essere un po’ corta, bussa a qualche porta per cercare aiuto e trova sempre un contributo per andare avanti.
Ciò che serve davvero a Vanaprastha è aiuto concreto, braccia che si carichino il peso di ogni tipo di lavoro. Ho fatto (ma più che altro direi che “mi sono improvvisato”) l’elettricista, l’idraulico, il carpentiere.
Quando ne avevo la necessità, Sibi mi prestava la vecchia Land Rover a tre marce per andare a comperare il materiale necessario e mi sentivo bene, in giro per strade che non conoscevo, in cerca di negozi nascosti in angoli bui, a volte sommerso dal profumo dei Gelsomini e dei Tageti, a volte soffocato dal puzzo della fogna, ma sempre con quei sorrisi dentro che mi facevano apprezzare ciò che facevo e... quel fare aveva un grande senso di utilità.
Ero giunto da Sibi per trattenermi un paio di giorni, ma quadruplicai il periodo della mia permanenza.
Un mattino Sibi ci dice che ha con sé alcuni pacchi di pasta italiana: vorrebbe che la cucinassimo e, in un pomeriggio caldissimo, con un caro amico trovato per caso e due biciclette prese in prestito, raggiungiamo il paese per fare spesa di pomodori e verdure per il sugo della pasta di 38 bambini: 6 chili di pomodori, 3 chili di cipolle, 2 di fagiolini, qualche peperone piccante e melanzane. Così, con lo zaino pieno, torniamo a casa per metterci in cucina e ne usciremo solo a tarda sera.
Quei visi felici per un piatto di pasta – che diventarono anche due, tre piatti – credo che sarà una di quelle emozioni che mi porterò dentro per il resto dei miei giorni e che, in più di un’occasione, mi ha aiutato a superare momenti di difficoltà spesso dovuti ad atteggiamenti mentali erronei ed all'egoismo.
Dopo aver gironzolato nel sud dell’India alla ricerca di ashram e personaggi strani, ho trovato nel gurukula di Sibi un angolo in cui viene messo in pratica tutto ciò che Sacri Testi e Antiche Scritture annunciano come messaggio di comunione e convivenza pacifica.
Sibi, perso nella campagna indiana, lontano dalle mete di pellegrinaggio, porta avanti silenziosamente un progetto di compassione nei confronti di chi proviene da situazioni di disagio grave.
La gestione di una scuola con 400 bambini circa, dall’asilo fino alle scuole medie.
Le difficoltà connaturate di natura economica, ma anche gestionale... mandare avanti una scuola e una famiglia non è uno scherzo!
Il progetto di un ospedale per la cura di bambini malati di AIDS.
E questi bambini che in Sibi hanno trovato un padre, ma anche una madre! Ripudiati dalla famiglia, molti scacciati da casa, altri che una casa non l’avevano mai avuta e vivevano da sempre per la strada... ma… finalmente... il ritorno a casa, la pallavolo ed i giochi spensierati al tramonto.
Ricordo alcuni di questi ragazzini e ragazzine, con situazioni di plagio e violenza impressi a fuoco sulla pelle e nella psiche.
Per alcuni di essi, citare la parola “impressi”, non è una metafora, perché portavano ancora sul corpo segni delle ustioni provocati dall’acqua bollente che un parente aveva rovesciato loro addosso.
Per le ragazzine la situazione è ancora peggiore poiché, nella società indiana, il loro ruolo nella vita famigliare è poco considerato. Infatti, in momenti di particolare difficoltà, una famiglia si libera delle figlie, ma tiene con sé i maschi che, seppur di tenera età, possono contribuire alla situazione economica.
Potrei scrivere pagine senza però riuscire a trasmettere davvero ciò che per me ha significato questa breve esperienza.
Mi piacerebbe che ognuno potesse viverne personalmente una simile, breve o lunga che sia.
Sibi accetta tutti coloro che offrono il loro lavoro sinceramente, siano Indù o Cristiani, Buddisti o Mussulmani.
Vanaprastha è un luogo di unione, di condivisione, di partecipazione, tutti in ugual modo accolti purché rispettosi delle regole della casa.
Invito chi volesse fare un giretto in India a visitare Sibi e fermarsi con lui per qualche giorno, ad abbandonare la fretta da Occidentali che saltano da una città all’altra nell’arco di poche ore e vivere qualche giorno l’India rurale, fatta di villaggi e campagne.
Vi renderete conto che l’India attraversata indossando scarpe da tennis è piacevole, ma... se attraversata in ciabatte lo è ancora di più!”
(Massimo 20.06.2008)
 
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